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Quando ho visto il nuovo titolo «Vegetti» in libreria mi son detta: «Beh, ormai cosa vuoi! Dopo più di trent'anni dalla legge sul divorzio dovremmo parlare di nipoti dei divorziati noi testimoni della «cultura della separazione». Alla separazione ci siamo abituati! Meglio sarebbe dire che ci stiamo adattando. Sì, ma vediamo come.
Il libro è dedicato all'«ascolto dei figli» e parte dallo spoglio di 150 lettere inviate al settimanale Donna moderna che nel 2003 aveva pubblicato l'invito rivolto dalla nostra scrittrice ai figli dei separati a raccontare le proprie storie spesso destinate al silenzio. Nel percorso non accade di imbattersi in storie la cui straordinarietà crei sussulti. No! Ma il percorso mostra come si insinuino, nel bene o nel male, i pericolosi, subdoli quanto mai, schemi dell'ovvio capaci di resistere anche al viaggio psicoanalitico.
Nel capitolo che considererei introduttivo, non tanto perché è il primo ma perché anticipa il senso del lavoro svolto si legge: «Tutto però, nella nostra società, congiura per anestetizzare le esperienze, perché si passi indenni attraverso le prove che la vita ci pone. L'estremo addomesticamento dell'uomo comporta, non solo che egli non soffra, ma che neghi persino l'esistenza della sofferenza» (7). Questa frase — tragica — risuona nel racconto anche se raccontato, a volte, addirittura in veloce maniera fotografica. La Vegetti è capace di darti, persino nello scatto, una tal mobilità degli eventi fotografati che l'immagine risultante non smette più di porci interrogativi. Il più inquietante, per me psicoanalista, è quello di poter io stessa essere diventata una ascoltatrice anestetizzata dalla cultura. Resa incapace di capire nell'analisi di giovani pazienti quali delle loro difficoltà o dei loro tratti comportamentali siano legati alla subita separazione dei genitori che nell'immaginario non è mai interamente subita ma attivamente partecipata. Nel testo i figli vengono profilati come i primi fra gli «attori secondari» (16)