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Un diario di bordo. È ciò che questo libro vorrebbe essere, o almeno come si definisce, un pò sottotono. Il resoconto di «una navigazione a vista». Non si propone di fornire cartografie definitive quanto, piuttosto, di stimolare la curiosità dei compagni di viaggio. In realtà, è il frutto maturo di un'analista che sa pensare la teoria e la clinica e li sa intrecciare con il proprio mondo esperienziale ed esistenziale. I modelli cui Sandro Panizza guarda per costruire gli strumenti del proprio laboratorio analitico sono in prevalenza relazionali, mentre il quadro di riferimento più ampio è filosofico. Spiccano nella sobria bibliografia i nomi di Ferro (citato per i «personaggi» della seduta), Ogden (per il «terzo analitico»), Mitchell e Stern (per l'«attività trasmodale»), ma anche quelli di Heidegger, Nietzsche, Wittgenstein, Foucault, Lyotard.
Nulla di affettato, nessuna indulgenza all'intellettualizzazione né alcuna digressione estetizzante. Il dialogo, discreto, sommesso, rapsodico con i filosofi della crisi delle grandi narrazioni, con i compagni di strada dell'avventura freudiana nello scacco al logocentrismo metafisico, nasce da un'esigenza profondamente etica e quindi da un bisogno chiaramente personale, non astratto, di ripensare in chiave critica le categorie del nostro sapere, e quindi anche del sapere psicoanalitico.
Il richiamo al concetto di campo dei Baranger e agli sviluppi italiani, contenuto già nel titolo del libro, è altrettanto fondamentale. L'analista che privilegia un atteggiamento non dogmatico entra nel mondo del paziente «in punta di piedi», «senza azzardi interpretativi», «non tanto per restituirgli un mistero svelato, dei codici decifrati, quanto per [orientarsi] verso la realtà più viva sottesa dalle parole scambiate»(52). Il gioco, la significazione allusiva, il pensare per immagini, la scrittura a due di un testo in cui si lascia spazio alla polifonia delle voci, «le interrogazioni caute, insature»(54), il non voler stupire l'interlocutor