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Il Journal presenta una nuova linea redazionale caratterizzata da una aggregazione meno occasionale dei lavori, con tendenza al numero monografico, dall'introduzione della sezione «Clinical Commentary» in cui una seduta — anonima — viene commentata da tre analisti con differenti training, dalla pubblicazione di un Research Digest, sommari di articoli su campi di ricerca attinenti alla psicoterapia infantile.
Desidero segnalare del 2005 il primo numero, che si apre con il lavoro di D. Cant, cui è stato assegnato il I° Annual Essay Prize sponsorizzato dagli editori del Journal (‘Only connect’ — a sexually abused girl's rediscovery of memory and meaning as she works towards the transition from a therapeutic community to a foster-family). Vi si sostiene che la psicoterapia di bambini che si trovano a vivere in situazioni di incertezza e di instabilità — ad esempio in attesa di un affido o di un'adozione — richiede una complessità di interventi e una presenza attiva nella realtà esterna, cui il training classico poco ci ha preparati. A fronte di esperienze di continuo frammentate, è prevalente per il terapeuta il compito di operare «connessioni»: con il bambino, nella stanza di analisi, con i suoi ricordi e le sue esperienze e con la graduale evoluzione del loro significato, compresa la dolorosa valutazione delle cure ricevute, in particolare dai genitori; con l'ambiente di vita del bambino (ad esempio la comunità cui è affidato) per condividere gli insight guadagnati nella stanza d'analisi con quanti hanno cura quotidiana di lui: viene depotenziato così il tradizionale primato della seduta individuale e al tempo stesso limitati e protetti i rispettivi spazi e le attività ad essi pertinenti; con la rete esterna (servizi sociali, scuola, genitori affidatari), offrendo dettagli significativi per una comprensione nuova del bambino, anche di suoi aspetti inediti, normali e creando un ponte tra le sue diverse situazioni di vita.
Così in un agire attivo e concreto, il terapeuta