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Si è tenuto dal sei al nove aprile, in una Atene che molti di noi hanno riscoperto città affascinante dopo i restauri olimpici, l'annuale congresso FEP. Quest'anno le trasformazioni psichiche nel processo psicoanalitico erano il tema centrale. Riferire in sintesi di un convegno di questo tipo è impresa veramente ardua: vista l'entità e la varietà dei lavori presentati, ciascuno dei partecipanti potrebbe raccontare un convegno diverso. È impressione comune che la grande varietà delle proposte comporti senz'altro un allargamento delle prospettive in molte direzioni anche non convenzionali (vedi i contributi nell'ambito delle neuroscienze oppure quelli dei gruppi che lavorano con pazienti in carcere, o quelli che esplorano la tematica del trauma) oltre che una possibilità importante offerta ai soci di presentare i propri lavori. Nello stesso tempo, questa stessa possibilità rischia di trasformare queste giornate in gite al supermarket della psicoanalisi, con grandi difficoltà a selezionare quello che interessa come gli stessi organizzatori hanno percepito. Per il futuro è stato così progettato un convegno in cui dovrebbe essere ridotto il numero del lavori presentati e dovrebbero essere aumentate invece le oppurtunità, molto gradite ai più, di lavoro all'interno dei piccoli gruppi.
Fatta questa premessa, racconterò dunque il «mio» convegno con ciò tralasciando sicuramente interessanti relazioni che non ho potuto seguire.
Nella giornata di giovedi sei aprile i lavori sono iniziati con i gruppi clinici di confronto sui metodi, voluti da David Tuckett, oltre che con i gruppi clinici impostati da Haydée Faimberg. Per come i lavori si sono svolti nel mio gruppo (modelloTuckett) condotto da Dana Breen, l'utilizzo della griglia elaborata per il confronto dei metodi clinici sta facendo interessanti e produttivi passi avanti. Nei primi anni, infatti, l'impressione era che la griglia con cui il materiale clinico doveva essere esaminato fosse vissuta come una costrizione di cui non