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Solo se si concepisce un periodo di tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro al passato, che non ha una pur minima durata. Qualunque durata avesse, diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna estensione.
La nota di Mauro Mancia dedicata al libro di Daniel Stern Il momento presente, apparsa sul primo numero della Rivista di psicoanalisi dello scorso anno, mi ha suggerito alcune riflessioni che mi portano alla fine a concordare con lui su un punto importante, ma per altre vie e apprezzando di Stern e del Gruppo di Boston alcune cose non minori, degne, a mio parere, di essere considerate (Mancia, 2006a). Le prime di queste mie considerazioni sono di ordine generale e vorrebbero fare da sfondo alle seconde più specifiche.
Parto da uno degli snodi più delicati che la psicoanalisi (ma non solo la psicoanalisi) deve costantemente affrontare. Per inquadrare subito ciò che desidero dire, risalgo indietro, non tanto ad Agostino d'Ippona, ma al 1912, meno di cento anni fa. In quell'anno Sándor Ferenczi riporta alcune sue osservazioni dopo aver