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Il concetto di elaborazione (Durcharbeitung) venne alla luce con il riconoscimento, da parte di Freud, del fatto che dire semplicemente la verità ai pazienti non era sufficiente per curare. Già nei suoi primi scritti di psicologia, Studi sull'isteria, Freud era cosciente non solo della necessità che il paziente fosse capace di vivere il ricordo, fino a quel momento rimosso, con la giusta intensità emotiva, ma del fatto che l'esistenza di un ricordo rimosso fosse un mito: «Non ci si deve attendere un ricordo traumatico unico e, quale suo nucleo, un'unica rappresentazione patogena, ma ci si devono aspettare serie di traumi parziali e concatenamenti di processi ideativi patogeni». E anche intorno a questo nucleo «si trova una quantità spesso incredibilmente ricca di altro materiale mnestico, che deve essere elaborato nell'analisi». Egli ravvisava il problema nel tentativo di penetrare nella fitta trama del materiale presentato attraverso quella che egli qualificava come la «strettoia della coscienza», cioè il fatto di avere ed esprimere dei pensieri coscienti uno alla volta. Allorché l'«organizzazione pluridimensionale e complessa» si fa strada, afferma Freud, ci si «potrebbe giustamente domandare: “Come è riuscito un simile cammello a passare per la cruna di un ago?”» (Freud, 1893-95, 424, 427).
Si potrebbe ripercorrere la storia dello sviluppo della tecnica psicoanalitica tratteggiando il resoconto dell'evoluzione del concetto di elaborazione. Quando Freud scrisse il suo classico saggio Ricordare, ripetere e rielaborare, con «elaborazione» designava il processo mediante il quale l'analizzando diventa