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«Becol dor va dor haiav adam learot et azmò chilu u iazà mimizraim» «In ogni generazione ciascuno ha il dovere di considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall'Egitto»
La maggior parte degli storici nati alla vigilia dell'era nazista ammette esplicitamente o implicitamente che il rivangare gli eventi di quegli anni comporta non solo un'opera di scavo e di interpretazione di un passato collettivo simile a qualunque altro, ma anche il processo di recupero di elementi decisivi delle loro stesse vite e di confronto con essi. Tale ammissione è ben lontana da produrre un accordo di qualsivoglia natura su come definire il regime nazista, su come interpretarne le dinamiche interne e come illustrarne l'assoluta banalità e al contempo l'assoluta eccezionalità, o su come collocarlo all'interno di un più ampio contesto storico. Tuttavia nel descrivere quel passato, per ammissione stessa degli storici, si crea un coinvolgimento personale carico di un'ansia particolare nei confronti del lavoro da svolgere. In un lavoro uscito sull'International Journal of Psychoanalysis nel 1968 William Niederland dopo lunghi anni di lavoro con i reduci descrive una sindrome dei sopravvissuti, che anche se non presente in tutti i suoi dettagli in ogni sopravvissuto, sottolinea in modo sufficientemente riconoscibile alcune caratteristiche comuni. La sindrome è caratterizzata da alcune o tutte delle seguenti manifestazioni:
Ansia. È il disturbo più generale, associato con la paura del ripetersi delle persecuzioni, disturbi del sonno, fobie multiple, sogni d'angoscia, soprattutto quello ricorrente di raccontare e non essere creduti.
Disturbi cognitivi, soprattutto della memoria.
Stati depressivi cronici, associati al cosiddetto senso di colpa del sopravvissuto.
Tendenza all'isolamento ed instabilità delle relazioni d'oggetto
Relativamente alta incidenza di quadri psicotici o simil psicotici.
Alterazioni della personalità, come indebolimento del senso dell'identità personale,