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I greci, nell'antichità, non parlavano mai di fare o avere un sogno, ma sempre di vedere un sogno sottolineando così la forma iconica del pensiero onirico (Dodds, 1951). Il sogno può essere considerato un'immagine, una serie di immagini o una «forma» come scrive Freud, «nella quale i pensieri onirici latenti sono stati trasfigurati dal lavoro onirico» (Freud, 1915, 352). Questo lavoro che, come ha esplorato Winnicott (1971), molto ha a che fare con la creatività e i processi artistici, è in grado di addentrarsi nella complessità, non esclusa quella somatica, del processo di trasformazione che l'analisi promuove.
Nell'analisi le immagini del sogno possono essere condivise attraverso un'ulteriore trasformazione, un' organizzazione formale a cui non è estraneo il momento, il contesto e la relazione con l'analista.
Vi è una molteplicità di modalità in cui i sogni possono essere narrati o ascoltati. Già Freud faceva una notazione di questo tipo scrivendo che di sogni: «ve ne sono di molto brevi, che contengono solo una o poche immagini, un pensiero, persino solo una parola; […] vi sono sogni chiari come l'esperienza concreta» (Freud, 1915, 266). Alcuni vengono accompagnati da molte associazioni altri rimangono come un immagine isolata nel testo della seduta.
Insieme alla varietà di «stili narrativi» del paziente siamo oggi in grado di cogliere la altrettanto grande varietà di ascolto a cui la teoria esplicita o implicita piega la mente dell'analista che diventa così spettatore e attore del processo creativo dell'analisi (Petrella, 2000). All'interno di questa molteplicità estetica tratto in questo scritto di una modalità particolare di racconto e ascolto di un sogno e delle implicazioni che essa può avere nell'esplorazione delle profondità