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La recente pubblicazione del libro So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, di Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia, ripropone la questione, di stretta attualità, del difficile rapporto fra le neuroscienze e la psicoanalisi. La questione che si pone, ora come ai tempi di Freud, è quella dell'autonomia della specifica razionalità scientifica e di metodo della psicoanalisi rispetto al modello della scienza, quel modello alla base delle straordinarie scoperte sul cervello degli ultimi decenni. Più precisamente, la posta in gioco è riducibile ad una contrapposizione radicale: c'è la scienza, oppure ci sono le scienze? Se c'è una sola scienza, che nello studio della mente sarebbe quella esemplificata dalle neuroscienze, alla psicoanalisi rimane un ruolo di fatto marginale, in quanto la sua forma di razionalità non viene pienamente riconosciuta come razionalità scientifica. Se, invece, si ammette quel plurale, allora la psicoanalisi mantiene la sua autonomia teorica e di metodo, è una scienza accanto ad altre scienze. In queste note mettiamo a confronto queste due ipotesi.
Il primo punto di vista, che potremmo definire posizione assimilatrice, considera ovvio, talmente ovvio da non dover neppure essere argomentato, che «la psicoanalisi non è evoluta da un punto di vista scientifico. Specificamente, non ha sviluppato dei metodi oggettivi per valutare [testing] le brillanti [exciting] idee che ha formulato in precedenza» (Kandel, 1999, 505). Qual è lo sfondo teorico implicito in un'affermazione come questa? Le proposizioni teoriche della psicoanalisi vanno intese, al massimo, come delle ipotesi, più specificamente come ipotesi sul funzionamento della mente, che possono avere valore scientifico se