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Il rapporto tra psicoanalisi e neuroscienze è di grande attualità. Giunge, dunque, molto puntuale la sollecitazione di Felice Cimatti a considerare i presupposti e le implicazioni epistemologiche del dialogo tra le due discipline. Una riflessione critica su tali questioni è di particolare importanza per gli psicoanalisti, se è vero (come anch'io penso) che, al di là dei singoli argomenti tecnici di questo dialogo, la posta in gioco «ora come ai tempi di Freud, è quella dell'autonomia e della specifica razionalità scientifica, e di metodo, della psicoanalisi» rispetto alle altre scienze (Cimatti, …?).
Disciplina relativamente giovane, avendo appena compiuto il primo secolo di vita, la psicoanalisi è nata e ha trovato il suo spazio all'incrocio tra diverse pratiche e diversi campi del sapere. Il Freud neurologo clinico e ricercatore neurobiologo, cimentandosi con i problemi posti dall'isteria, si trovò a sperimentare nuovi metodi terapeutici e a formulare nuove ipotesi che, al di là delle sue stesse intenzioni di partenza, lo portarono a organizzare, passo dopo passo, un dispositivo di cura e di conoscenza inedito, da cui derivarono scoperte non più riconducibili all'interno delle discipline esistenti, ma tali da configurare un nuovo campo, idoneo a contenere e far sviluppare l'esplorazione del nuovo oggetto scientifico così individuato: la realtà psichica inconscia.
È indicativo ricordare, in proposito, che il nome psicoanalisi fu inizialmente dato da Freud al nuovo trattamento delle nevrosi (la talking cure) e solo più tardi, nel corso degli anni, egli ne ampliò il significato per designare anche il metodo di indagine, coincidente con la cura, e l'insieme delle nuove conoscenze così ottenute.