You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
«Colui che potesse penetrare all'interno di un cervello […] se anche fosse dotato di un'intelligenza sovraumana e se avesse la chiave della psicofisiologia, sarebbe illuminato su quanto accade nella corrispondente coscienza precisamente tanto quanto lo saremmo noi su di un'opera teatrale attraverso l'entrata e l'uscita degli attori sulla scena».
(Bergson, 1896, 9)
Così nel 1896 Henri Bergson segnalava l'irriducibilità del mentale al cerebrale denunciando il salto logico compiuto dai sostenitori del parallelismo psico-fisico. Nel suo saggio Materia e memoria Bergson parla di una incontestabile «solidarietà» esistente tra stato di coscienza e cervello, ma chiarisce trattarsi della stessa solidarietà che c'è «tra l'abito e il chiodo a cui è appeso, perché se si strappa il chiodo, l'abito cade. Si dirà, per questo, che la forma del chiodo delinea la forma dell'abito, o che ci permetta in qualche modo di prevederla?» (Bergson, 1896, 7-8).
Bergson dice anche che questa solidarietà è un dato di fatto, mentre il parallelismo psico-fisico è un'ipotesi che andrebbe validata prima di poter essere assunta come vera. E Bergson non l'assume. Mantiene invece un irriducibile dualismo proprio a partire da un'osservazione dei fatti libera dai preconcetti idealisti o realisti riguardo la realtà materiale. Adottando un punto di partenza fenomenologico