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Questa esposizione si propone di esaminare sotto l'aspetto transgenerazionale il caso particolare del sacrificio in due tempi a cui sono successivamente sottoposti i sopravvissuti agli assassini di massa ed i loro figli per tentare di salvaguardare una trasmissione della vita e forse, a lungo termine, una memoria della loro cultura distrutta. Per illustrare fin da subito il punto di vista adottato in questa indagine, comincerò col citare alcune righe di Aharon Appelfeld, scrittore israeliano originario della Bucovina (Europa centrale), il quale, in un'opera dal significativo titolo L'héritage nu [L'eredità nuda], (1) descrive il sacrificio come condizione e modalità di trasmissione tra i genitori sopravvissuti o sterminati durante la Shoah ed i loro figli:
«Come salvare i bambini? […] Noi eravamo il senso della loro vita. Già a quell'epoca, frettolosamente, nella fuga, mentre vedevamo come si sacrificavano per cercare un rifugio in cui metterci al sicuro, sapemmo che, nel loro autosacrificio, sull'orlo dell'abisso, essi ci tramandavano non solo la vita ma il significato ultimo della loro propria esistenza».
In questo omaggio filiale dell'autore, osserviamo come la nozione di sacrificio sia collegata a cinque campi semantici - il salvataggio, il lascito, la vita, il senso (salvare i bambini… ci tramandavano la vita… noi eravamo il senso della loro vita…) -, tutti inglobati da: il sapere circa la natura particolare di questo lascito (sapemmo che, nel loro autosacrificio, ci tramandavano…). Avvertendo