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Si potrebbe indicare così, parafrasando il titolo di un suo lontano contributo (Altounian, 1983) ad un dossier della Revue française de psychanalyse sulla traduzione dei testi freudiani e sulla peculiarità del linguaggio e della scrittura di Freud, un aspetto saliente che nei saggi di Janine Altounian emerge ed è esplicitamente tematizzato, e che in fondo è caratteristica di ogni opera: la cifra di una scrittura è nella singolarità di una vita che, insistendovi e inscrivendovisi, la apre alla comunità, alla società, alla cultura, alla civiltà a cui quella vita è originariamente e inestricabilmente intrecciata e attraverso cui si apre e traccia una propria storia. Cioè in quel mandato eminentemente singolare e insostituibile di cui ognuno di noi è investito per la stessa posizione che occupa nello spazio e nel tempo, nella storia e nelle relazioni, nella comunità sociale e culturale che abita, e che può trasformarsi - potremmo dire con Altounian (2005, 62) - in un destino assegnato o in un'assenza di destino, non solo nella misura in cui può essere riconosciuto, integrato e fatto proprio, ma anche a seconda che la sua assunzione trovi una possibilità di parola o resti, per così dire, lettera morta.
Ed Altounian, figlia di esuli armeni in Francia sopravvissuti al genocidio del 1915, diventata germanista, traduttrice di Freud e infine membro dell'équipe di traduttori che sta portando avanti l'edizione delle Œuvres complètes de Freud-Psychanalyse (1) col compito di «armonizzare» le traduzioni, a compimento di un lavoro analitico personale - di cui si intuisce il doloroso travaglio nonché la fondamentalità nella sua esperienza di vita -, si è trovata «costretta», come dice ella