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Da molte parti, e da molti anni, si pensa e si propone, con convinzione e passione, che la psicoanalisi debba aprirsi sempre di più al mondo, della cultura, della medicina, della ricerca scientifica, della filosofia. Viene inoltre sentita da molti l'esigenza che questa apertura non consista soltanto nel presentarsi al mondo, nel far conoscere al mondo le posizioni,
le idee, la storia, le analisi della psicoanalisi, ma si esprima principalmente in un dibattito aperto e franco, in un incontro senza pregiudizi e non soltanto in una orgogliosa riaffermazione identitaria.
All'interno di questa apertura, un aspetto fondamentale mi sembra rappresentato dal dialogo - o dal dibattito - tra psicoanalisi e filosofia. A me pare che questo libro di Sergio Benvenuto - Perversioni, edito da Bollati Boringhieri nel 2006 - costituisca un bellissimo e riuscito esempio di come questo dialogo possa effettivamente svolgersi, con proficuo vantaggio di entrambe le parti. Da un punto di vista metodologico, infatti, prima ancora che di contenuto, Benvenuto sembra pensare che la filosofia possa aiutare la psicoanalisi a prendere sempre più coscienza di se stessa, come uno specchio autoriflettente, attraverso due linee fondamentali.
Seguendo la prima, e riprendendo un pensiero di Heidegger, egli afferma che ogni autore, ogni pensatore, filosofo o psicoanalista, tende fondamentalmente a sviluppare un'intuizione centrale, un pensiero originario, da cui scaturisce e consegue la molteplicità delle affermazioni, delle diramazioni e processualità. Metodologicamente, questo comporta non una riduzione semplificatrice, ma al contrario la necessità di cogliere all'interno di quel nucleo centrale, un aspetto aperto, potente ma insaturo, che faccia da sorgente creativa di tutto il discorso, comprese le possibili contraddizioni che ne possono derivare.
Nella seconda concezione, la filosofia si sforza di cogliere, all'interno del soggetto, quelle forze umane, naturali e culturali, che trascendono il soggett