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La Subjectivation è un'opera collettiva, composta di una Prefazione di Widlöcher e di scritti di Richard, Wainrib, Cahn, Kaës, Roussillon, Chabert, Carel, Penot. Gli autori partono dalla considerazione che la psicoanalisi non debba reintrodurre la questione metafisica del Soggetto, ossia reinventare il soggetto, ma occuparsi «dell'apparato psichico che lo inventa» (Widlöcher, XVI) e perciò non tentano una ricostruzione storica del termine.
Voglio comunque ricordare che subiectus, participio perfetto di subicere, significa sottoposto, espresso. Il sostantivo neutro subiectum indica «ciò che è sottoposto» all'opinione di chi parla o scrive, il quale ne fa argomento della sua riflessione o della sua osservazione (soggetto di una proposizione). Nel tempo, il senso del termine si trasformò via via da passivo in attivo, e soggetto fu identificato con coscienza e con io, almeno fino alla «peste» psicoanalitica che, scoprendo il soggetto assoggettato all'inconscio, segnò il declino del soggetto «padrone in casa propria». Freud, tuttavia, usò solo in due occasioni la parola «soggetto», ancora troppo compromessa con la metafisica. Tornato di moda nel linguaggio psicoanalitico odierno, il concetto, proprio perché plastico e paradossale, può prestarsi a malintesi e rischiare quella «deriva intersoggettista» verso cui gli autori sono molto critici.
L'esigenza di ricorrere al concetto di soggettivazione (termine coniato da André Breton, nel '37) nasce dalla clinica, che si è dovuta cimentare con forme di sofferenza legate alla costituzione di uno spazio psichico differenziato. Parlare di soggetto significa parlare di decostruzione del soggetto-agente e definire lo spazio