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L'articolo parte da alcune considerazioni preliminari sul concetto di oggettività ed imparzialità della posizione dell'analista. Una oggettività classica predicherebbe un mantenimento delle capacità di attenzione sospesa nonostante la possibilità di subire/effettuare influenze determinanti da parte di/su l'altro. La nostra valutazione clinica verrebbe ad essere compromessa se non ci ponessimo in un'area psichica esente dal circuito di determinazioni reciproche dell'analisi. Tuttavia, per l'autore, sembra davvero difficile evitare il paradosso per cui i nostri tentativi antideterministici non fanno che attivare altre evidenti sequenze di determinazione. Siamo sempre dentro una connessione inconscia tra gli eventi, dentro gli eventi, malgrado la nostra pretesa di de-scriverli ad una certa distanza da essi. Pertinente la critica alla fallacia della raccomandazione bioniana di sospensione di memoria e desiderio, in quanto, inevitabilmente, nell'enfatizzare una sottrazione all'invadenza di tali funzioni della mente, se ne valorizza al contempo la loro continua influenza ed il loro inevitabile ricorso. L'unico modo, secondo Wilner, di evitare affermazioni paradossali di aree libere da determinazioni, è quello di accettare che la nostra esperienza relazionale, il nostro agire relazionale, sia profondamente originato [engendered] nell'area inconscia ed emerga secondo modalità inaspettate e sorprendenti, in un tutt'uno [one with] con l'esperienza clinica, piuttosto che sotto effetto di influenze deterministiche. L'esperienza emergente [emergent experience] assume quindi per l'autore una dimensione psichica che va al di là della polarità conscio/inconscio e sé/altro, ma che rimanda ad una immersione in un contesto di forze inconscie [embeddedness in an unconscious contextual force] che comprende l'analista stesso, il paziente e la relazione tra di essi.
Una parte essenziale dell'esperienza dell'analista dipende quindi da una dimensione esperienziale su cui non ha alcun control