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Il tema della colpa, nella forma di senso di colpa conscio e inconscio con le sue radici e le sue conseguenze, sembra inevitabilmente legato alla condizione umana e da sempre la psicoanalisi se ne è occupata. In questo lavoro il mio interesse è focalizzato sulla osservazione della invivibilità ed intollerabilità che il senso di colpa sembra talvolta possedere e sugli effetti distruttivi per la vita e disgreganti la mente, con i quali (soprattutto come senso di colpa inconscio) può manifestarsi nella vita psichica. Di questa invivibilità della colpa cerco di indagare l'origine ed i precursori, incontrando per strada molti paradossi ed esplorando i modi con i quali il senso di colpa può essere trasformato. Vorrei prima tracciare brevemente il filo conduttore concettuale che mi ha portato per tappe da Freud, a M. Klein, a W. R. Bion, come sfondo necessario alle mie riflessioni.
Due punti soltanto vorrei mettere qui in rilievo dalla vasta indagine di Freud sulla colpa; due nodi teorici, ma dal forte impatto clinico.
Uno è la forza con cui Freud, particolarmente ne L'Io e l'Es, dove introduce il concetto di reazione terapeutica negativa, mette in luce l'effetto paralizzante e distruttivo per la vita e per l'analisi (che lotta per la vita del paziente) del senso di colpa inconscio (Freud, 1922).
L'altro è la funzione cardine del Super-io come istanza interna di riferimento (che, attraverso il concetto di fantasia inconscia, possiamo oggi pensare in termini di «oggetto interno» o di «funzione» dell'oggetto interno), introiezione genitoriale paterna cui sorprendentemente, ma molto umanamente ed acutamente, Freud rimprovera di «preoccuparsi troppo poco […] della felicità dell'Io» nei termini della soddisfazione pulsionale (Freud, 1929, 628). Un genitore, potremmo pensare, dovrebbe preoccuparsi della felicità, dei bisogni del figlio!