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Il mio è in primo luogo un tentativo di definire il rapporto tra il lavoro psicoanalitico con pazienti psicotici e il luogo originario di un devastante vuoto di contatto e di reciprocità nella relazione tra il bambino e la madre. Questo vuoto si traduce, nel vissuto del soggetto, in un penosissimo senso di mancanza senza oggetto, perché produce un buco di significazione sia nella trama delle sue relazioni interpersonali sia nella sua struttura psichica. Tutte le volte che il soggetto si trova in contesti relazionali che attivano in lui il senso di questa mancanza, in quanto stimolano un'eccitazione destinata a rimanere priva di significato, non esiste nessun ritorno di un desiderio rimosso in grado di soccorrerlo. Nella relazione analitica la realizzazione transferale del passato nel presente è preclusa e all'interno di questa preclusione l'analista tende a spogliarsi del suo significato metaforico.
Tra gli psicoanalisti è generalmente accettata oggi, seppur con motivazioni e accenti diversi, l'associazione eziopatogenetica della psicosi a una preclusione estesa della capacità di metaforizzazione e simbolizzazione dell'esperienza soggettiva. La mancata soddisfazione dei bisogni primari (affettivi e materiali) del bambino diventa psicotizzante quando è tanto persistente da impedire al bambino di dare un senso soggettivo all'esperienza della soddisfazione, metaforizzandola.
Anche se i termini «metaforizzazione» e «simbolizzazione» (dell'esperienza) possono essere usati come sinonimi, data l'evidente interconnessione tra metafora e simbolo, è necessario sottolineare che nello sviluppo psichico del bambino la prima precede la seconda (Thanopulos, 2005). La simbolizzazione,