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Segui la volpe. Se lasciassimo parlare di più i candidati e sapessimo ascoltare, impareremmo molte cose. Nella letteratura non ho trovato molto sull'esperienza di supervisione vista dal punto di vista dei candidati e sulle loro valutazioni. (1) Non ho trovato niente su come il supervisore si prepara al primo incontro con il candidato. Il desiderio di essere un buon supervisore disturba la supervisione quanto il desiderio di essere un buon analista rende più difficile l'essere analista.
Tutti gli autori concordano sulla necessità di rispettare il candidato, di considerarlo un collega più giovane, di favorire o almeno di non disturbare lo sviluppo delle sue potenzialità, qualità e creatività e sulle migliori tecniche per raggiungere questi risultati. L'insistenza su questi temi è così forte da far pensare che i supervisori sentano di dover continuamente vigilare sulle trappole costituite dalla propria insicurezza, da un narcisismo incerto e dalle conseguenti possibili formazioni sottilmente arroganti e insufficientemente rispettose.
Di questo non si parla mai apertamente. Una garbata presa in giro è in Levenson (1982) che cita un aforisma di Oscar Wilde sulla caccia alla volpe. Essa sarebbe un meraviglioso esempio dell'inesprimibile che insegue il non edibile. Secondo Levenson, del processo di supervisione si potrebbe dire qualcosa di simile, sarebbe l'infallibile che insegue l'ineffabile.
La formazione analitica, sostanzialmente esoterica, si presta ad abusi inconsapevoli. Da ciò tanta insistenza sulle cautele.