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Una premessa sull'alienazione come fenomeno clinico. Questo lavoro prende spunto da alcune riflessioni compiute su casi di pazienti che, eludendo ab origine il conflitto, non si percepiscono con una propria identità e, perciò, trascorrono la propria vita dedicandosi agli altri. Nelle loro comunicazioni, si nota innanzitutto l'assenza di desideri, fantasie e pensieri, consci e inconsci, di natura conflittuale, che essi siano in grado di riconoscere come propri. In un primo tempo, si può essere indotti a pensare che la loro devozione dipenda dall'uso massiccio di difese primitive. Gradualmente, però, emerge che essa gli è così connaturata che, per entrare realmente in contatto con loro, occorre raggiungerli ad un altro livello, non riconducibile al campo dei fenomeni proiettivi. Questi pazienti sembrano ispirare i propri comportamenti a ineccepibili ragioni di principio: «Sa, dottore, quando si può dare una mano». Presto, però, si comprende che non si tratta di principi, ma di automatismi: i loro ideali pacifisti e cooperativi dissimulano un'originaria e meccanica disposizione al quieto vivere. In questo senso, ogni opportunità identificatoria è avvertita come un disturbo che li disorienta e che, perciò, viene aggirato ed eluso. La stessa richiesta d'analisi, in genere fatta su suggerimento di un'altra persona, nasce dall'urgenza di ripristinare lo stato di quiete. Simili a pazienti simbiotici o affetti da un falso/Sé, essi se ne differenziano in quanto, non riconoscendosi desideri, affetti, potenzialità evolutive e una storia personale, si limitano a fare la vita degli altri. L'ipotesi è che la loro devozione sia riferibile a una condizione alienata, precisamente ne sia un sintomo. È un'ipotesi ancora generica, il cui scopo è però quello di aprire uno spazio di riflessione su un fenomeno, l'alienazione, non facilmente definibile.