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Nel suo intervento Michele Bezoari osserva che nella mia nota ho ripreso, «senza confutarla, la dicotomia fra scienze “soggettive” e scienze “oggettive”, propria di quello stesso impianto di pensiero» che, nel mio precedente intervento, intendevo criticare. In effetti non basta sostenere — come ho fatto — che la psicoanalisi è «la scienza soggettiva del senso della mente», perché altrimenti c'è il rischio di ribadire implicitamente la suddivisione fra un linguaggio ed una scienza oggettive e tutto il resto, appunto il campo del soggettivo.
Proviamo a precisare, allora, qual è il problema, e poi vediamo se è possibile superarlo. Formulato in termini drastici: da un lato ci sarebbe la scienza ed il linguaggio «oggettivi», che si occupa di cose e processi che hanno una precisa collocazione nello spazio e nel tempo. Dall'altro i fenomeni «soggettivi», che non hanno una collocazione spazio-temporale altrettanto determinata, o che non l'hanno affatto. In questo caso le parole sono senza referente, vaghe, imprecise appunto; nell'ipotesi migliore, così la pensa il neurofisiologo Kandel — le cui idee commentavamo nel precedente intervento -, si tratta di ipotesi che attendono una conferma, o una smentita.
Come si mette in discussione questa distinzione, che condanna la psicoanalisi ad un ruolo conoscitivo del tutto marginale? Smontandone la premessa normativa implicita, secondo la quale c'è un solo modo corretto di descrivere il mondo, quello delle scienze che si affidano alle quantificazioni matematiche. Perché se si adotta questo punto di vista — che non è giustificato da altro che da una opzione metafisica — tutte le descrizioni del mondo diverse da quelle delle scienze della materia (chimica e fisica, alla fine) non sono altro che approssimazioni all'unica