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Ai primordi della psicoanalisi la colpa ha avuto un rilievo teorico e clinico enorme. Basti pensare a Freud e a Melanie Klein, che moltissimo hanno pensato e lavorato sul Super-io, i sentimenti di colpa, la punizione. Freud ha sostenuto che la stessa civiltà è fondata sul sentimento di colpa e che il Super-io si pone come baluardo rispetto alla distruttività derivante dalla pulsione di morte, come «guarnigione nella città conquistata » (Freud, 1929, 611).
Melanie Klein ha individuato i livelli precoci della colpa legati a una distruttività violenta e primitiva. Il complesso di Edipo in cui la conflittualità si esprime nelle sue dimensioni più distruttive riguarda così, a suo parere, non soltanto lo sviluppo del bambino intorno ai tre, quattro anni, ma anche i primissimi rapporti oggettuali con il seno nei primi mesi di vita. Nel bel saggio sull'Orestea di Eschilo, Melanie Klein ci fa cogliere l'evoluzione dei diversi livelli della colpa nel suo dispiegarsi nel tempo e nello spazio: dai livelli più arcaici e primitivi a quelli più evoluti. Sono così riscoperti i momenti persecutori della colpa e quelli depressivi, gli aspetti più crudeli e quelli più tolleranti, i momenti distruttivi e quelli che costruiscono i valori della vita e gli ideali. Una colpa con cui è necessario fare i conti e che lascia un nucleo irrisolto se non viene affrontata nell'analisi. Molto insistono su questo anche autori come Rosenfeld e Bion.
Ma non è soltanto la teoria psicoanalitica a dare un così alto rilievo alla colpa; anche nelle diverse tradizioni culturali la colpa appare come un evento centrale della vita. Le religioni, la letteratura continuamente ci raccontano della colpa. Tutte queste narrazioni della colpa che ci rimandano con forza a un nucleo buio