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«Ricorda che tutto accade a caso e che niente dura, il che non ti vieta di fare un disegno sul vetro appannato, né di cantare qualche nota semplice quando sei contento; può darsi che sia un bel disegno, che la canzone sia bella».
Silvana Borutti sembra a mio parere innanzi tutto smentire uno dei presupposti che pone a fondamento della sua epistemologia: se, a partire dal punto di vista costruttivo, sostiene che dobbiamo evitare l'ottimismo idealistico di pensare possibile la traducibilità completa del mondo in linguaggio e che non abbiamo la restituzione linguistica della trasparenza dell'oggetto (Borutti, 2006, 18), dà poi una figura così limpida del suo pensiero che si resta incerti se apprezzarne di più l'estetica formale o il contenuto, tanto è ben tradotto in linguaggio.
Comunque, non essendo io un filosofo e avendo pertanto qualche timore nel commentare il suo contributo e il volume cui esso rimanda, preferisco concentrarmi sulle analogie rinvenibili tra la modellizzazione del pensare che emerge dal testo boruttiano e quella proposta dalla metapsicologia psicoanalitica postfreudiana, bioniana in particolare.