You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Nelle scienze, tipicamente in medicina, si accetta con facilità di pronunciarsi sui problemi etici della propria disciplina. Tutte le scienze aspirano ad essere «umane», perché tendono a non esserlo. Per quanto riguarda gli aspetti conoscitivi e metodologici, le diverse discipline scientifiche si limitano, in genere, a adeguarsi alle esigenze locali di coerenza e razionalità, conformandosi ai criteri accreditati in quel momento dalla comunità scientifica. Fa parte dei taciti accordi fra ricercatori la rinuncia a sollevare il polverone dei presupposti teoretici della conoscenza.
Nel caso della psicoanalisi il valore delle sue conoscenze può apparire, invece, così incerto da rendere difficilmente trascurabile il problema del metodo col quale sono acquisite e formulate. È infatti opinione diffusa, documentabile anche in campo internazionale, che la psicoanalisi abbia una fisionomia disciplinare mal definibile: essa sfugge a una precisa recinzione epistemologica, come attesta l'ampia e documentata analisi del dibattito sul rapporto psicoanalisi-scienza effettuata da Palombi (2002).
Foucault (1966) riteneva essenziale, per il funzionamento della psicoanalisi, la sua posizione ai confini del rappresentabile, che, per lui, la psicoanalisi condivide con l'etnologia; ubicazione scomoda e marginale, sempre a rischio d'estromissione o di inclusioni normalizzanti. In effetti, la psicoanalisi ha, assieme a entusiastici consensi, suscitato molti moti di ripulsa da parte delle scienze, che l'hanno interessata sia come metodo empirico-clinico, sia per il suo impianto teorico. Il fatto d'essere applicabile nella sua forma tipica solo a un numero limitato di soggetti, assieme alla difficile ostensibilità dei procedimenti e dei risultati, non