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Durante gli anni del training della SPI, mi capitò, assieme ai colleghi con cui condividevo l'esperienza, di fare un viaggio di ritorno da Roma a Messina, assieme al professore. Eravamo in sei ed eravamo contenti e soddisfatti di aver riempito una cabina del vagone, cosicché potevamo avere l'agio di chiacchierare in libertà senza disturbare (o sentirci disturbati) dalla presenza degli altri viaggiatori.
Per tutto il tempo del tragitto parlammo instancabilmente, ci fu un fitto e caldo commentare le giornate romane, di studio, che si erano appena concluse.
Il professore occupava il posto laterale, accanto alla porta scorrevole, era brillante e allegro, elegante nel suo abito blu; accettò di condividere con noi le caramelle gommose e le liquerizie multiformi che (era questo per noi, pendolari «quindicinali», un rito) compravamo all'interno della stazione Termini prima di partire.
All'ora di pranzo ci trasferimmo nel vagone-ristorante per mangiare un boccone. Ci sedemmo dietro un tavolo che ci consentiva di guardare fuori dal finestrino così, mentre mangiavamo, potevamo ammirare il paesaggio che scorreva.
C'era molta luce, o questo appariva.
Ad un tratto lui ci zittì tutti: «Guardate, guardate»- disse con tono estasiato indicando un campo di grano che «passava» davanti ai finestrini.
Pensai: «È un campo di grano, cos'altro dobbiamo vedere di così estasiante?»
E lui: «Vedete il movimento…il vento che tocca le spighe…vedete come il movimento le fa cambiare di colore?»
In effetti lo spettacolo era stupefacente.
Si poteva vedere un'infinita distesa di spighe di grano che andava cambiando colore toccata da folate di vento che soffiando su di esse le piegava, ora in una direzione, ora in un'altra, conferendo sfumature di colore inimmaginabili e sempre diverse.