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«I miti portano a galla i misten più profondi dell'amore»
Orfeo [L'inconsolabile]: «L'Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io […] laggiù [nelle tenebre dell'Ade] cercavo un passato»
«L'oggetto-scopo dell'esperienza princeps [dell'allucinazione primitiva] è perduto per sempre nelle tenebre dell'inconscio. I movimenti ulteriori della fantasmatica sono la ricerca di questo riflesso»
Mancano pochi passi alla fine del buio sentiero che dalle profonde oscurità degli Inferi, attraverso i «muti silenzi [di] una fitta e fosca nebbia» (Ovidio),1 conduce in ripida salita fin sulla soglia della luce terrestre: solo pochi passi ancora, e finalmente, varcato il limite di quella «soglia chiara» (Rilke, 1904), lui potrà girarsi ad abbracciare nuovamente colei che lentamente lo sta seguendo su per il sentiero: Euridice, «la Tantoamata» (Rilke, 1904), la ninfa che, un triste giorno, il morso di un serpente sottrasse bruscamente alla vita mentre correva per i prati. Ma lui, Orfeo, lo straordinario cantore