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«Oh essere morti una volta, e saperle interminate tutte le stelle: allora come, come dimenticarle!»
La malattia grave è «il lato notturno dell'esistenza» (Sontag, 1977, 3) che, prima o poi, ogni essere vivente può trovarsi ad abitare. Compreso lo psicoanalista. Ed egli pure, come ogni altra creatura umana, non è immune dall'orrore per la devastazione del corpo e, come qualsiasi individuo sopraffatto dal dolore somatico, si vede costretto a dover fronteggiare emozioni brutali e spesso intollerabili.
L'infermità fisica modifica il senso del fluire del tempo, con improvvise accelerazioni alternate a fissità stagnanti, che lo ormeggiano in un presente fermo e privo di progettualità. Il pensiero del futuro si riempie di pena e viene disinvestito di aspettative e di desideri. Il ricordo del passato si permea di nostalgia delle persone, degli oggetti e dei gesti amati che si teme di perdere irrimediabilmente, e dello struggimento per i propri sogni, come canta il poeta nell'epigrafe.
Non si vuole qui trattare la questione della morte e del morire, ma delle difficoltà che l'analista incontra nel lavoro, quando viene colpito da una seria affezio-ne organica. Si intende dimostrare la fragilità di questo mestiere e il rischio di danno all'identità professionale che può derivare dalla malattia. Ma pure individuare le preziose risorse che si attivano nel campo relazionale — seguendo l'asse