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«Il caso del licantropo» si rivela un ottimo lavoro che, in uno scenario clinico inconsueto tratteggiato con fermezza teorica, attrae per la esposizione brillante e dettagliata di risvolti terapeutici perseguiti con competenza, coraggio e pazienza. Se ne apprezza lo stile estremamente suggestivo, in cui si avverte l'affiorare di una nostalgia delle origini nel sentore di terre natie, del segreto ombroso delle brughiere, del fluttuare di mille leggende baltiche. E ci par di vedere con i nostri propri occhi ciò che riguarda «più la letteratura che la psichiatria, con il suo retaggio romantico di chiari di luna, di boschi solitari, di dimore isolate», come scrive la principessa conducendoci oltre i confini del noto, lungo le terre «gotiche» della psiche «quando la luce di luna piena rischiara nella penombra un uomo che nella notte si aggira per la campagna, balzando a quattro zampe, ululando e cercando di aggredire».
L'autrice dichiara in apertura lo scopo che nel lavoro verrà perseguito, con uno sguardo scientifico puntuale e fedele alle teorie classiche e nello stesso tempo aperto alle sfide. Afferma: «Il compito di questo saggio è di dimostrare che la licantropia è una nevrosi finora né riconosciuta né descritta». E continua: «Il paziente, un giovane uomo di ventisei anni, siciliano, figlio di un piccolo proprietario terriero, laureato in scienze economiche, presentava dei sintomi che discordavano con una indole mite e riflessiva e con un habitus silenzioso e piuttosto melanconico».
Con un particolarismo clinico ad una abilità descrittiva tale da consentire al lettere una piena partecipazione, l'autrice descrive: