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Se dobbiamo gettare uno sguardo sulla tecnica terapeutica delle nevrosi, dobbiamo ammettere che la comprensione dei disturbi dell'apparato psichico non è andata di pari passo con una giusta valutazione della licantropia. Non ne sono mai state prese in considerazione né le rimozioni, né i derivati psichici.
Le scuole psichiatriche o spesso non la menzionano affatto o la collocano fra i risultati di lesioni somatiche del cervello.
Nella letteratura psicosanalitica ho cercato invano una descrizione. Eppure questa malattia si incontra più spesso di quello che si potrebbe immaginare, soltanto che i pazienti — se non sono contadini — vengono segregati in provincia.
Si direbbe che la licantropia appartenga più alla letteratura che alla psichiatria, con un suo retaggio romantico di chiari di luna, boschi solitari, case isolate, mentre queste ultime sono il posto dove vengono rinchiusi e imbavagliati i disgraziati pazienti al primo sorgere dei sintomi dell'attacco. E la luce lunare è il solo modo di far scorgere un uomo, che la notte si aggira per la campagna a quattro zampe urlando e cercando di aggredire. Se però i raggi della luna dovessero veramente avere la facoltà di eccitare gli istinti, l'accertamento di questo fatto esula completamente dal campo della psicoanalisi.
Il compito di questo saggio è di dimostrare che la licantropia è una nevrosi finora né riconosciuta né descritta, la caratteristica della quale è invece quella di tutte le nevrosi, cioè: il conflitto degli istinti con il Super-Io a scapito dell'Io, con delle particolarità inconfondibili che avvicinano l'aspetto dell'uomo a quello della bestia.
I primordi di questa malattia risalgono alla fase di sviluppo indifferenziato, involgendo la prima scelta dell'oggetto d'amore quando l'apparato psico-narcisistico