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Voci discordanti si levano dalle riviste scientifiche come dalla gente comune riguardo ai videogiochi, visti da taluni come pericolosi portatori di danni per la salute mentale dei giovani giocatori, perché indurrebbero una vera e propria dipendenza e favorirebbero l'isolamento sociale, da altri come utili strumenti per lo sviluppo di abilità quali la coordinazione oculo-motoria e le capacità cognitive in genere (si vedano ad esempio, per il primo gruppo, Griffit e Hunt, 1998, Colwel e Pain, 2000, Del Miglio e Corbelli, 2003 e, per il secondo, Haninger et al., 2004, Antinucci, 1999).
Sembra che dei videogiochi, e dell'uso in genere del computer, non si possa parlare che in termini o idealizzanti o demonizzanti. Ma noi sappiamo bene che la tecnologia in sé non è né buona, né cattiva e che bontà e cattiveria dipendono dall'uso che se ne fa.
Il fatto è che lo strumento computer e lo strumento Internet suscitano dei fantasmi particolari perché, se è vero che lo «strumento» (a partire dal coltello o dal bastone dell'uomo preistorico) è un prolungamento dell'uomo e costituisce un «sistema» misto, di cui noi siamo solo l'interfaccia umana, qui si tratta di uno strumento che prolunga, per così dire, la mente, cioè la nostra parte più nobile, quella che fa l'uomo «uomo», quella a cui è più legato il senso dell'individualità e questo ci inquieta. Nel computer infatti troviamo proprio l'espansione delle nostre abilità mentali, quali memoria, elaborazione di informazioni, approfondimento di conoscenze; non dimentichiamo che il progenitore dell'attuale computer veniva chiamato tout court «cervello elettronico».