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L'interesse per i temi che potremmo definire sociali ha avuto nella storia della psicoanalisi un andamento tortuoso e per così dire carsico, per cui a momenti di acceso dibattito si susseguono fasi di silenzio, quasi un'apparente estinzione, a cui seguono, periodicamente e in modo non casuale, nuove riprese. Le riflessioni che riguardano la civiltà erano già in Freud accompagnate da un'acuta e spesso amara consapevolezza del disagio che si associa al processo di civilizzazione e da un profondo senso di disillusione circa i suoi esiti. Storicamente la guerra, la violenza e, più di recente, il terrorismo sono stati i temi che hanno portato gli psicoanalisti ad interrogarsi sul senso della «civiltà» e sul significato del continuo ripresentarsi di quelle che appaiono come manifestazioni estreme della distruttività umana.
Già questi contenuti, quindi, sembrano dar ragione di una intrinseca difficoltà, in quanto rimandano dolorosamente al senso del limite delle nostre possibilità di comprendere e di trasformare. Il dibattito su questi temi ripropone la questione dell'estendibilità o meno di ciò che la psicoanalisi comprende nel suo luogo specifico, il luogo della cura, ad altre situazioni ed a contesti diversi dal setting psicoanalitico. La posizione di Freud in proposito è nota. Egli considerò sempre, e ne sono testimonianza vari scritti lungo tutto l'arco della sua vita, che la psicoanalisi potesse e dovesse occuparsi della civiltà e dei fenomeni che la caratterizzano, in quanto la comprensione della natura umana e del funzionamento mentale che dalla psicoanalisi derivano hanno valore anche al di fuori del ristretto dispositivo della cura. Affrontare questi argomenti gli sembrò un compito intrinseco del pensiero psicoanalitico, particolarmente per quanto riguarda il tema dell'aggressività e della guerra, come testimoniano vari saggi tra cui il carteggio del 1932 con Einstein Perché la guerra?