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Il tema sul quale mi avete invitato a parlare a partire dal libro su Violenza e dialogo è—credo di doverlo dire subito—pressoché impossibile da svolgere. Credo che lo sappiamo tutti e desidero richiamare questa realtà perché essa ha a che fare con un limite ben noto ma spesso sottaciuto dell'essere umano: il terrore blocca il pensiero. Lo vediamo nelle reazioni degli astanti ad un atto di terrorismo ma lo vediamo anche, più quotidianamente, in tutte le situazioni nelle quali la paura supera una certa soglia di intensità. Quando compare, che sia provocato da cause esterne o da cause interiori, il terrore è sempre terrore. E sempre blocca il pensiero. Ricordo sempre con angoscia un mio compagno d'università che soffriva di una fobia per i ragni: una sera dovette rimanere nell'istituto di ricerca nel quale eravamo allievi perché un esperimento aveva tempi lunghi e, all'uscita, dopo essersi chiuso alle spalle la porta a vetri dell'ingresso diurno, trovò un grosso ragno davanti al portone dell'istituto. Lo trovammo il mattino seguente, completamente esausto e pressoché incapace di parlare: non aveva avuto neppure la forza di urlare per chiamare il custode, che abitava due piani più sopra. Aveva trascorso una notte di terrore e lasciò per sempre l'istituto.
Questo ricordo non è casuale: ci dice innanzitutto che la paura ha delle soglie oltre le quali si trasforma in ciò che chiamiamo terrore e poi ci dice anche che il terrore può essere sì provocato dal ragno, da qualcosa di esterno, ma è comunque il risultato di un equilibrio o di uno squilibrio interiore. Perciò si tratta anche di una risposta individuale.