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Socrate, a settant'anni, sa di essere condannato a morte. Morirà somministrandosi un veleno, la cicuta. Nella sua prigione riceve i suoi discepoli. In un confronto con i suoi detrattori ed i suoi carnefici, organizzato dai suoi discepoli Simmia e Cebete, egli s'interroga, nel Fedone di Platone, sul predominio del pensiero che non può esprimersi nella sua purezza se non grazie alla morte, la sola che permetta la separazione dal corpo.
Socrate s'interroga: «O le cose stanno invece così: solamente chi di noi si è preparato a considerare con la mente nella maniera più precisa ciascuna cosa di cui fa ricerca, solamente costui può giungere il più vicino possibile alla conoscenza di ciascuna di queste cose? […] E non è forse vero che potrà fare questo nella maniera più pura colui il quale, per quanto è possibile, si accosta a ciascuna realtà con la ragione stessa, senza mettere innanzi nel suo ragionare la vista, e senza prendere a compagno del pensiero alcun altro senso del corpo e, valendosi della pura ragione in sé e per sé, intraprende a fare ricerca di ciascuno degli esseri nella sua purezza in sé e per sé, dopo essersi separato il più possibile dagli occhi e dagli orecchi e, in una parola, da tutto il corpo, in quanto esso turba l'anima e non le lascia acquistare verità e saggezza, quando ha comunione con essa? […] Infatti, […] per colpa sua [del corpo], non ci è neppure possibile pensare in modo sicuro alcuna cosa […] e, dovunque, provoca turbamento e confusione e ci stordisce, sì che, per colpa sua, noi non possiamo vedere il vero» [Platone, 1997, 65E-66D].