You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Un modello è un sogno? Una metafora (Pragier e Faure-Pragier, 2007, 222)? Sono delle «coincidenze» (Schmid-Kitsikis, 2008)? Delle «analogie» (Perron, 1991)? È una «percezione orientata» (Gagnebin, 1992, 54)? Una «attesa sorvegliata» (Minazzoli, 1990, 97)? Una finzione, e dunque una costruzione?
La costruzione (in senso freudiano) di un'opera (artistica, filosofica, ideologica), rispondendo alle logiche del vivente, rientrando cioè nella «vita delle forme» (Focillon, 1943), certo dipende dall' «incerto», in cui gioca un ruolo fondamentale l'indefinito, nel senso che si offre come analogo di un erramento convenuto. Il che significa altresì che è vissuto elaborato all'interno di sistemi fortemente e riccamente organizzati. In tutto il suo testo del 1937, Freud cerca di dimostrare che la costruzione analitica, a momenti, è altresì una deduzione. Il che del resto corrisponde in tedesco al doppio senso del verbo Konstruiren. «Pensare», scriveva Merleau-Ponty (1960, 212), «non è possedere oggetti di pensiero: è circoscrivere, mediante questi ultimi, un campo da pensare, che dunque non pensiamo ancora». Pensare la costruzione di un'opera dal punto di vista dell'epistemologia psicoanalitica dovrebbe dunque permettere di comprendere l'instabile in ciò che è fisso e proporre dei modelli in cui l'«allora» incontra l'«ora» in un