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La persuasione silenziosa del sensibile è l'unico mezzo per l'Essere di manifestarsi senza divenire positività, senza cessare di essere ambiguo e trascendente.
Nel mio intervento sulla Rivista di psicoanalisi (Borutti, 2008), avevo abbozzato schematicamente, articolandole in punti, alcune posizioni epistemologiche relative al problema della conoscenza nelle scienze umane. Riprendo ora quelle posizioni, cercando di farle entrare in risonanza con i contributi che, nello stesso numero della rivista, hanno discusso la mia prospettiva. L'intento è tentare nuovi percorsi di riflessione. Compito non facile. Sono comunque convinta che una prospettiva filosofica, inevitabilmente astratta, a vocazione riflessiva e tendenzialmente meta-teorica, come la mia, abbia molto da guadagnare dall'incontro con i concetti con cui gli psicoanalisti comprendono la propria prassi conoscitiva, in quanto «professionisti riflessivi» (secondo la definizione di Petrella, 2007).
Dico fin da ora che in questo incontro con il sapere psicoanalitico, assunto dalla filosofia quasi a proprio «terreno», chi ci guadagna è soprattutto la filosofia. Ci guadagna in quanto trova confermato e arricchito il tema, cruciale nei saperi che ci interessano, del rapporto tra immagine e conoscenza; e ci guadagna in quanto riceve indicazioni preziose intorno ai percorsi di riflessione filosofica che meglio gettano luce sulle scienze del senso.
Le mie riflessioni riguarderanno soprattutto questo secondo punto; mostreranno, credo, che è la mia prospettiva filosofica ad aver fatto un passo avanti nell'autocomprensione.