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Milano, Cortina, pagine 796, euro 75,00
La comparsa sulla scena dei manuali diagnostici standardizzati ha sempre suscitato nella comunità psicoanalitica disinteresse, se non vera e propria ostilità. Mentre le varie edizioni della Classificazione Internazionale delle Sindromi e dei Disturbi Psichici e Comportamentali (WHO, 1992) sono state sostanzialmente ignorate, le edizioni del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) successive al DSM-III, a causa del loro successo planetario, hanno suscitato reazioni più marcate: diffidenza, disinteresse, sufficienza o vera e propria disapprovazione. Un atteggiamento che la comunità degli psicoanalisti ha riservato non soltanto ai manuali che propongono criteri standardizzati per la diagnosi, ma anche all'idea stessa di diagnosi in psichiatria.
Anche le prime edizioni del DSM, di impianto concettuale psicoanalitico, erano state del resto commentate in termini fortemente critici. Menninger (1948) considerava la diagnosi psichiatrica come irrilevante rispetto alla dinamica dei conflitti in gioco. Come ha messo in evidenza McWilliams (1994), in un'epoca nella quale la psicoanalisi rappresentava il trattamento elettivo della maggior parte dei disturbi mentali, che importanza poteva avere la diagnosi? Questa insofferenza per la diagnosi psichiatrica si è fondata in particolare su due assunti che vale la pena esplicitare e discutere: il primo è che la diagnosi psichiatrica sia un'operazione di riduzione.
Ogni diagnosi è di per se stessa riduttiva, dal momento che consiste in una operazione di riduzione della complessità e di ricerca di fenomeni costanti e