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Cercherò, in questo articolo, di descrivere l'itinerario di studio e di attività clinica che mi ha portato a ripensare la rimozione e la scissione costruendomene una rappresentazione che mi sembra utile e che perciò spero possa essere utilizzabile anche da altri.
Non è stato facile, per me, descrivere questo itinerario. Mi leggevo la letteratura, mi rileggevo i classici, tornavo e ritornavo a Freud e mi accorgevo di allontanarmi dal tema e poi di riavvicinarmi da un'altra parte. Questo inizio non è dovuto ad un desiderio di esibire i miei grattacapi psichici ma, al contrario, di cercare di ricordare come il nostro pensiero anche teorico sia soggetto ad azioni psichiche inconsce che determinano in larga parte i risultati consci. Lo sappiamo tutti, ma tendiamo a rimuovere (ecco qui uno dei meccanismi) la complessità di questa situazione.
Ho sempre considerato quella della rimozione una costruzione teorica geniale contro la quale si sono appuntate proprio perciò le maggiori resistenze, sia a livello del cosiddetto pubblico colto — che tende costantemente a trasformare la rimozione nella dimenticanza — sia a livello degli addetti ai lavori, i quali a poco a poco mi sembra siano oscillati tra due atteggiamenti opposti: da un lato il considerare la rimozione un meccanismo inconscio di difesa dell'Io quasi scontato e quasi facile da affrontare (mentre Dio solo sa quanta fatica ho fatto, nella mia ormai lunga carriera, a comprendere che c'era qualcosa di rimosso che stava venendo a galla e poi a cercare di comprendere o indovinare di cosa si trattasse) dall'altro il considerarlo l'unico grande meccanismo. Lo strumento psichico duttile e complesso pensato da Freud nell'omonimo famoso saggio metapsicologico