You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
«Passare un ponte, traversare un fiume, varcare una frontiera, è lasciare lo spazio intimo e familiare ove si è a casa propria per penetrare in un orizzonte differente, uno spazio estraneo, incognito, ove si rischia, — confrontati a ciò che è altro — di scoprirsi senza «luogo proprio», senza identità. Polarità dunque dello spazio umano, fatto di un dentro e di un fuori. Questo «dentro» rassicurante turrito, stabile, e questo «fuori» inquietante, aperto, mobile, i Greci antichi hanno espresso sotto la forma di una coppia di divinità unite e opposte: Hestia e Hermes. Tanto Hestia è sedentaria, vigilante sugli esseri umani e le ricchezze che protegge, altrettanto Hermes è nomade, vagabondo: passa incessantemente da un luogo all'altro, incurante delle frontiere, delle chiusure, delle barriere. Maestro degli scambi, dei contatti, è il dio delle strade ove guida il viaggiatore, quando Hestia mette al riparo tesori nei segreti penetrali delle case. Divinità che si oppongono, certo, e che pure sono indissociabili. E' infatti all'altare della dea, nel cuore delle dimore private e degli edifici pubblici che sono, secondo il rito, accolti, nutriti, ospitati gli stranieri venuti da lontano. Perché ci sia veramente un «dentro», bisogna che possa aprirsi su un «fuori», per accoglierlo in sé. Così ogni individuo umano deve assumere la parte di Hestia e la parte di Hermes.
Tra le rive del Medesimo e dell'Altro, l'uomo è un ponte».