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Nella cultura occidentale il concetto di «identità personale» ha una storia raffigurabile con una linea parabolica, che ha un punto di inizio nel 1694, data di pubblicazione della seconda edizione del Saggio sull'intelletto umano di Locke (1690).
Locke definisce l'«identità personale» un meccanismo psicologico, che non ha il proprio fondamento in un'entità sostanziale, come per tanto tempo era stata considerata l'anima, ma nella memoria. L'identità è costituita da sensazioni, che esistono in un luogo e in un tempo determinati; sensazioni che si mettono in relazione con se stesse in un altro tempo ed in un altro luogo. Da una parte l'identità trova la permanenza necessaria nell'invarianza nel tempo dell'essere pensante capace di riflessione e di consapevolezza di sé in quanto distinto dagli altri, dall'altra essa muta a seconda dei vari tempi e dei molteplici spazi ai quali si applica.
L'identità personale è fondata sulla memoria di un «essere intelligente e pensante, che possiede ragione e riflessione, che considera se stesso come «Io»[…], che è sensibile e consapevole di piacere e dolore, capace di felicità o infelicità e perciò fin dove giunge quella consapevolezza, si preoccupa di se stesso» (Locke, 1690, 337-346).
In un interessante saggio sui destini personali nella cultura occidentale, Bodei analizza con dovizia di particolari «le configurazioni assunte dall'io, dalla coscienza e dall'identità personale», dopo l'erosione della fede nell' «anima immortale», inamovibile fondamento, che ha per lunghissimo tempo, garantito i processi d'individuazione.