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L'idea di vedere nel gruppo ciò che nell'analisi individuale non può essere visto — idea sulla quale Kaës conclude la sua ampia relazione — mi ha fatto tornare in mente un problema che si ë già presentato in psicoanalisi molti anni fa. Perché, ad esempio, quando l'analisi infantile apparve sulla scena come una novità, fu un considerevole processo di espansione quello che si metteva in moto, ed altrettanto potremmo pensare oggi di quello che Kaës ci propone attraverso la psicoanalisi di gruppo.
Queste sono vere espansioni del campo di ricerca e di cura psicoanalitica, che di sicuro non confonderemo con una certa confusa maniacalità oggi molto frequente sul mercato. Ma tali estensioni, nel momento stesso in cui soddisfano una pulsione di vedere di più che ci accompagna sempre nel nostro lavoro, aprono anche ogni volta un problema nel metodo che, se vogliamo davvero andare avanti, non possiamo eludere in nessun modo.
Propongo di considerare che il vero progresso si trova anzi proprio nel metodo quando, costretto nuovamente ad interrogarsi, non si mette a cambiare per l'occasione, ma si mantiene e resta vitale in ognuna di queste estensioni del campo diventando più chiaro a se stesso.
Questo principio, che a me sembra aver animato tutto il non breve periodo in cui Freud è stato in attività, mi pare importante da ricordare oggi che la psicoanalisi attraversa un momento assai confuso del suo sviluppo: momento difficile ma anche molto stimolante da affrontare, per quello che ci richiede appunto di riflessione su noi stessi e sul nostro lavoro.
Dunque ricorderò che in quella antica occasione, a proposito di quelle «analisi delle nevrosi infantili, che pure possono rivendicare un interesse teorico elevatissimo»,