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Cultura e identità sono oggigiorno le parole chiave dell'attualità e, talvolta, dell'analisi colta che ne viene fatta. È possibile che gli etnologi abbiano una qualche responsabilità nell'uso intempestivo di queste parole, per averle molto usate a proposito delle popolazioni e delle «culture» lontane che essi studiavano. Lo stesso pensiero strutturalista degli anni sessanta si è tradotto in un paradosso al quale non è forse stata prestata la dovuta attenzione. Certo, le invarianze alle quali si interessava relativizzavano l'importanza delle analisi culturaliste che l'avevano preceduto, ma tale relativizzazione non era effettuata in nome di un qualsivoglia ritorno alla «natura» umana, anzi.
Le logiche formali che lo strutturalismo si sforzava di mettere in evidenza, sul modello delle analisi linguistiche, procedevano, secondo Lévi-Strauss da operazioni cerebrali di classificazione e di trasformazione che si potevano rintracciare sia nei sistemi di parentela sia nelle costruzioni mitiche; non erano privilegio o esclusiva dei «selvaggi» e si potevano invece ritrovare in molti comportamenti e rappresentazioni presenti nelle società tecnologicamente sviluppate. Tuttavia, questa base strutturale rafforzava le configurazioni culturali in cui si esprimeva più di quanto non ne minasse le fondamenta. Perché era proprio l'arbitrarietà del simbolico, di cui le convenzioni della lingua sono un'altra traduzione, che assicurava allo stesso tempo la coerenza e l'efficacia di ogni cultura. Parlando in termini sociologici, nella prospettiva strutturalista, le culture esistevano soltanto come insiemi significanti.