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Il primo esilio condiziona molto il nostro passato. Siamo una specie che deriva da un naufragio ambientale. I nostri antenati stavano bene nella foresta, stavano bene in un ambiente a cui erano adattati; noi siamo diventati figli della savana e dell'età glaciale; cioè abbiamo, nella nostra origine, un vulnus. La nostra condizione originaria è il disadattamento. La savana, rispetto alla foresta dei nostri antenati, è stata una drammatica discontinuità. Molti crani di australopitechi sono vicini ai resti dei leopardi che li hanno mangiati. Era una condizione molto pericolosa.
Peggio ancora: noi siamo figli, i nostri antenati erano figli del caldo e si sono, noi ci siamo adattati bene a una condizione estremamente fredda, come quella dell'età glaciale. Quindi deriviamo da un esilio ambientale. Ma ce l'abbiamo fatta. Insomma, abbiamo questa memoria collettiva drammatica di quella condizione molto difficile. Ma ce l'abbiamo fatta.
C'è poi un altro esilio che ha condizionato l'emergere della creatività e dell'enorme vitalità della specie umana. È un esilio interiore. È connesso proprio alla nostra forza, il linguaggio, il simbolico, la mente estetica. Non abbiamo mai controllato il processo che ci ha resi umani. Questo processo è una sorta di feedback positivo, che si è innescato molto tempo fa nella storia evolutiva, di cui ancora oggi fatichiamo a prendere le misure. L'origine del simbolico e del linguaggio umano è un'emergenza sconvolgente. Nella storia naturale non c'è nulla di simile. Non è facilmente addomesticabile. Non è un processo continuo, attraverso