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Cme psicoanalisti impariamo a convivere con i dubbi; siamo messi di fronte alla natura multideterminata di tutto ciò che ascoltiamo, vediamo, pensiamo o proviamo. Abbiamo dubbi sui nostri pazienti e, forse con maggiore turbamento, abbiamo dubbi su noi stessi: su ciò che capiamo e sentiamo, così come sulle decisioni che prendiamo, su quello che diciamo e su quando lo diciamo. In una seduta analitica viviamo con la sensazione di incertezza sul confine fra fantasia e realtà — sia della nostra sia di quella del paziente.È stato sostenuto che, quando si lavora con pazienti violentati, dovrebbe essere data priorità alla realtà esterna rispetto alla realtà psichica, che l'analista dovrebbe riconoscere come realtà il racconto del paziente sull'abuso che ha subìto, e che non fare così perpetua in analisi l'esperienza dell'abuso. Concordo sinceramente con il desiderio di confermare la versione dei pazienti, ma credo che così facendo si rischi di ignorare o minimizzare le realtà interne delle loro esperienze.
Penso sia possibile trasmettere al paziente la nostra comprensione e la nostra sintonia emotiva con l'esperienza di un evento traumatico, includendo i sentimenti associati di ingiustizia, isolamento, rabbia, confusione e soprattutto di impotenza su ciò che è realmente accaduto, senza essere portati ad esprimere giudizi su ciò che era reale e su ciò che era immaginato. In questo tipo di approccio è implicito il pericolo ovvio che l'analista reiteri la negazione da parte dell'abusante del reale