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Cari Colleghi: questa relazione è scritta mostrando come i pensieri si sono organizzati man mano nella mia testa. Perciò andrà un po' a zigzag. Me ne scuso se risulterà più complicata di quel che vuol essere. Comincerò col parlare del silenzio, di un particolare silenzio. Quando non si può o non si sa dire alcunché su un determinato argomento, sappiamo che è buona regola tacere. A questo proposito, le citazioni si possono sprecare: da «un bel tacer non fu mai scritto» alla banalizzazione della conclusione del Tractatus di Wittgenstein (1921, 82): «Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere». A me piace il ricordo di Diogene, il quale, per come viene raccontato da Diogene Laerzio (180-240 d.C.) e Sesto Empirico (II sec.d.C., 203) e per come viene poi commentato da Hegel (1833, 294) e ripreso da Kierkegaard (1843), di fronte agli Eleati che negavano il movimento si alzò e, senza proferire parola, si oppose camminando. Il silenzio fu, allora, una precisazione di metodo che fonda ancor oggi la critica della scienza. La questione dell'ambito di applicabilità di un ragionamento, sia esso arrivato al punto di formulare una legge fisica sia esso soltanto un argomento apparentemente incontrovertibile ma, comunque, contrastante con la percezione e con le conclusioni che da essa si possono trarre. Una precisazione, però, appunto silenziosa, che non vuole smentire il ragionamento.
Quando, parecchi secoli dopo, Galileo Galilei nell'introduzione a Il Saggiatore, formulò imperativamente la teoria secondo la quale l'universo è un libro scritto in lingua matematica, fece anche una rivoluzione antropologica, affermando che la percezione è non solo fallace ma inutilizzabile — oltre un certo livello — per comprendere l'universo. «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma