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Il tutto è falso/il falso è tutto quello che si sente/quello che si dice/il falso è un'illusione che ci piace/il falso è quello che eredono tutti/è il racconto mascherato dei fatti/il falso è misterioso/e assai più oscuro/se è mescolato/insieme a un po' di vero/il falso è un trucco/un trucco stupendo/per non farci capire/questo nostro mondo/questo strano mondo/questo assurdo mondo/in cui tutto è falso/il falso è tutto.
In una fulminante battuta Woody Allen (Lax, 1991, 301) sostiene che «Il cinema si ispira alla realtà, ma il problema è che la realtà si ispira alla televisione». In realtà, il cinema può insegnarci qualcosa sul tema del delicato rapporto tra verità e finzione. Si dice «finzione cinematografica», forse proprio per rilevare che l'arte cinematografica si basa per eccellenza sulla possibilità di fantasticare e, perché no, di falsificare.
Zelig di Woody Allen (USA, 1983) è una delle migliori esposizioni cliniche che siano mai state fatte di una condizione «come se», opera che andrebbe mostrata a degli psicoterapeuti in formazione. Negli anni ′30, il protagonista, Leonardo Zelig, «diventa gli altri» con cui sta; egli «è» effettivamente un bianco, un nero, un indiano, un francese, un medico, un greco, un obeso, un rabbino e così via. Ci sono varie tappe nel suo percorso. Non amato, con continui sensi di frustrazione, un certo giorno finge di conoscere il romanzo Moby Dick, senza in realtà averlo mai letto. Da lì comincia un percorso assolutamente automatico: