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«Ci è facile immaginare che certe pratiche mistiche possano riuscire a rovesciare i normali rapporti fra i singoli territori della psiche […]. Che per questa via si possa giungere in possesso della sapienza suprema, da cui ci si aspetta la salvezza, è lecito dubitare […]. L'intenzione degli sforzi terapeutici della psicoanalisi in definitiva è [invece] di rafforzare l'lo, di renderlo più indipendente dal Super-Io, di ampliare il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell'Es. Dove era l'Es, deve subentrare l'Io. È un'opera di civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee».
Il 20 marzo 1930, nel corso della presentazione del Disagio della civiltà ad un ristretto numero di colleghi della Società Psicoanalitica di Vienna, Freud si mostra molto critico nei confronti del libro da poco pubblicato. Richard Sterba, giovane allievo fra i pochi presenti alla riunione nello studio della Berggasse, disattendendo l'indicazione del Professore che, al fine di garantire maggiore libertà espressiva ai partecipanti, non si tenesse traccia degli interventi effettuati, prende nota quanto più possibile delle parole di Freud, mosso dall'interesse nei confronti «della scienza» — scrive — «che egli aveva creato ed alla quale noi avevamo consacrato le nostre vite».1