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Senza dubbio, al cuore della trasmissione dell'esperienza psicoanalitica, si situano due modelli e due vicende fra loro correlate ma non identiche: una forma di sapere e di trasmissione orale, rappresentata dall'analisi personale, e una forma di sapere e di trasmissione scritta, quella teorica che prende forma nel rapporto coi testi, nella partecipazione al dibattito scientifico etc.1 Ci si potrebbe allora chiedere, immediatamente, se il caso clinico possa essere annoverato solo nella dimensione didattica o dimostrativa della teoria, nell'esperienza di condivisione di un vissuto e di un'elaborazione particolare o se invece, proprio perché il materiale analitico ivi raccolto funge da attivatore particolare delle nostre esperienze sul lettino, esso non finisca, volens nolens, per assumere una configurazione a metà strada fra le due.
Basterebbe osservare cosa accade alla presentazione di un caso clinico, nella messa in moto di una necessità interpretativa che si attiva immediatamente fra i partecipanti, condizione ovviamente che può essere colta sia dal lato della dimensione traumatica, l'irruzione di materiale inconscio, seppur secondarizzato, e della necessità di farvi fronte, sia come interessante esempio di costruzione à plusieurs del caso clinico e dei suoi risvolti. Una sorta di scena primaria da cui si è stati esclusi diventa così un terreno di immissione delle nostre personali teorie, dei nostri fantasmi, del gioco crociato delle identificazioni e così via. Si tratta davvero solo di una discussione teorica o non siamo in qualche modo sollecitati e sospinti verso un vedere diverso, altro, che rimette in moto alcuni degli assunti personali? Allo stesso tempo, ed inversamente, non assistiamo, in modo direi