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Alla fine di una lunga relazione scritta di un caso, Francesco Corrao, uno dei Maestri della Psicoanalisi Italiana, in questo modo si rivolse all'oratore: «Ci ha intrattenuto per circa un'ora con il Signor “Proiezione — identificazione proiettiva”, il Signor “attacco al seno” ma dopo un'ora noi non sappiamo nulla dell'esistenza (soprattutto quella interiore) del Signor Mario Rossi».
Nel famoso libro di Goffmann Asylums (1961) c'è un capitolo intitolato: «La carriera morale del malato mentale». Prima del ricovero quell'uomo era un ingegnere o un tipografo, sposato con figli o scapolo, conduceva un'esistenza più o meno serena o più o meno tribolata, dopo il ricovero tutto questo spariva, tutto diventava uguale a tutto, quell'uomo uguale a tutti gli altri ricoverati, quell'esistenza diventava un termine da manuale (es. schizofrenia), un ammasso di sintomi, farmaci ecc. della sua esistenza nessuna traccia.
Confesso che talvolta leggendo i casi clinici in trattamento presentati per diventare membri associati della SPI mi sono ritrovato a pensare: «la carriera del paziente psicoanalitico». Prima dell'analisi era un ingegnere o un tipografo, sposato con figli o scapolo ecc. ed ora era un insieme di proiezioni, identificazioni, attacco al seno o, cambiando scuola, un accumulo di forclusioni, negazioni o quant'altro.
Dobbiamo saper rispondere alla sfida di Hannah Arendt (1971) che, ne La vita della mente, scrive che la psicoanalisi non sarebbe interessata che al fondamento psichico profondo, un'interiorità generica, non individualizzata, «un'accozzaglia più o meno caotica di avvenimenti che ciascuno subisce ben lungi dall'esserne l'agente e che spazzano tutto al loro passaggio», «un'uniformità monotona».