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«Preferiamo descrivere i processi psichici a partire da questi ultimi più favorevoli e perspicui esempi […] i begli esempi che […] vanno perlopiù perduti» (Freud, 1913, 277). Ricollegandosi a questa citazione freudiana, Paola Camassa e Francesco Napolitano (2007) hanno proposto una Sezione della Rivista di Psicoanalisi dedicata alla presentazione di esempi clinici che rappresentino una conferma e una messa alla prova della teoria. La presentazione clinica, isolata dal contesto, deve avere le caratteristiche di un'esperienza di laboratorio, «dove isolare significa definire con chiarezza oggetti e limiti dell'esperimento in funzione degli obiettivi scelti, ed è ovvio che il laboratorio freudiano per eccellenza sia quello onirico» (Camassa e Napolitano, 2007, 797).
Il modello teorico, che vorrei cogliere «in flagranza» nell'esempio proposto, si avvale di un sogno che dà forma a una questione di fondo affrontata in questa analisi: la centralità dei funzionamenti che appartengono al territorio dell'intermedio.
Il sogno, osserva Bollas (2000), ci appare vero perché è una nostra produzione, siamo noi che lo creiamo. Questa produttività di sé del soggetto si sviluppa in modo vivo in un ambiente mentale favorevole, a contatto con un'altra mente, e ha le caratteristiche di un lavoro-processo che si costruisce seduta per seduta, intervallo per intervallo. Tuttavia l'abitudine diffusa nella letteratura psicoanalitica di riportare «sequenze cliniche»,1 con una concentrazione sul testo della seduta in un hic et nunc cristallizzato (testo che rimanda sempre a un altrove del passato e