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Bruno, quarant'anni, ha iniziato l'analisi a causa di invalidanti stati di panico e di uno stato d'ansia perenne. Sofferente di asma bronchiale fin da bambino, ha il ricordo di una madre che non lo lasciava mai un istante mentre il padre era una figura inesistente.
Durante l'adolescenza l'asma era scomparsa, ricomparendo qualche rara volta negli ultimi anni; recentemente — alla fine del terzo anno di analisi — si è ripresentata per alcuni giorni, determinando uno stato di grande angoscia: un senso di inguaribilità e irreparabilità stava seriamente minando quel minimo di fiducia che l'analisi potesse servire a qualcosa.
Oltre all'asma, da molti anni Bruno lamenta uno stato quasi cronico di nausea che definisce disgusto.
Presento tre frammenti di sedute che mi sembrano particolarmente rivelatori di un sovrainvestimento sulla voce — oggetto e strumento di sensorialità — in cui si veicolano forti elementi di idealizzazione e di persecuzione, di seduzione e di rifiuto. La voce per Bruno da una parte ha una forte valenza estetica, ammaliante e ingannevole nel suo fascino, ma dall'altra essa si impasta anche con la tosse, con i rumori, con quel senso di disgusto che proviene dalle viscere del suo apparato digerente e che talvolta si fa sentire in seduta attraverso «borbottii e brontolii». Insomma: la «bella voce» sembra fondersi con la tosse asmatica e la nausea.
Il tema della voce, dell'asma e della nausea è iniziato a emergere in analisi circa un anno fa quando gli stati di panico del paziente sono diminuiti consentendogli di girare più liberamente per la città e soprattutto perché ha iniziato, anche se in una condizione di continuo preallarme, a trascorrere qualche notte da solo